Settimo di dieci fratelli, nacque il 9 dicembre 1913. Abitava con la sua famiglia e con quelle dei fratelli in una cascina in via Guzzetta, una piccola via che si stacca da via San Zeno e che si sviluppava in direzione nord-ovest terminando nei pressi dell’attuale cavalcavia Kennedy; assieme ai fratelli conduceva alcuni appezzamenti di terreno in cui coltivava ortaggi. Sposato con Iolanda Montagnini ebbero due figli: Piero nel 1939 e Angela Elisa, “Lisetta”, (mia madre nda) nel 1941.

Il suo foglio matricolare registra che dopo la leva nel 1933 ed un richiamo per istruzione nel 1939, rispose alla chiamata alle armi nel giugno 1940 e partecipò alle operazioni di guerra sul fronte francese in un reparto di artiglieria da montagna. Nel dicembre del 1941 fu inviato in Montenegro e nel maggio del 1942 venne congedato a causa di problemi fisici che lo resero non più idoneo al servizio attivo. Ritornò quindi a casa e riprese la sua vita “normale”.
Quel giorno, sentito l’allarme, tutti i famigliari raggiunsero il “ricovero” tramite una capezzagna che fiancheggiava uno dei campi che coltivavano, parallela per un tratto a via San Zeno. Questo campo era delimitato sul lato sud da un grande fosso irriguo, asciutto in quel momento ed abbastanza ampio e profondo da garantire una relativa sicurezza. Tra le persone che si rifugiarono in quel luogo vi era la moglie Iolanda e la piccola Angela; il figlioletto, Piero, quel giorno si era recato a Bedizzole con uno zio. Giacomo però si trattenne presso la cascina in quanto alcuni militari tedeschi, che stavano abbandonando la stazione a causa dell’allarme aereo, erano giunti in cascina e lui voleva assicurarsi che se ne andassero senza che si “portassero” nulla. Una volta che gli “ospiti” se ne furono andati inforcò la bicicletta e si diresse verso il ricovero seguendo la stessa capezzagna percorsa qualche momento prima dai suoi familiari.1 Durante il tragitto verso il ricovero iniziarono a cadere le bombe ed una gli esplose vicino; lo spostamento d’aria lo scaraventò lontano ferendolo gravemente. Terminato il pericolo venne soccorso, caricato su un carretto della società di trasporti F.E.R.T. e trasportato all’ospedale dove fu ricoverato.

Purtroppo morì due giorni dopo, il 16 febbraio alle ore due, riuscendo però prima ad accomiatarsi dai suoi familiari.
Mi portarono a trovarlo in ospedale, forse dissero loro che non c’era più nulla da fare; era sveglio e presente, mi guardò e mi disse: “Pierino, mi raccomando, fai il bravo, io sono malato, ora sei tu l’uomo di famiglia, bada alla mamma e a tua sorella”.2

- L’accadimento è riportato come a lui raccontato dalla madre. Intervista dell’autore a Boglioni Piero di Giacomo in data 07/10/2021. ↩︎
- Intervista dell’autore a Boglioni Piero di Giacomo in data 07/10/2021. ↩︎