Dalla Cronaca dell’occupazione nazi-fascista della città di Modena di Adamo Pedrazzi1, si riporta di seguito il diario integrale della giornata del 14 febbraio 1944.2
14 FEBBRAIO – LUNEDÌ – 159^ GIORNATA
La città inviolabile, la tabù che non doveva essere tocca dalla furia devastatrice degli Anglo-Americani, ha subito oggi il suo primo martirio.
Anche Modena viene in questo triste doloroso, sanguinante momento ad unirsi alle tante consorelle italiane che prima d’essa hanno soggiaciuto al massacro degli inermi cittadini, degli innocenti fanciulli, dei vecchi impotenti, ad opera di chi ha solennemente professato che la sole imperiose necessità di guerra determineranno l’offesa aerea in quelle date zone delle italiche città nelle quali si presenteranno obbiettivi bellici, la distruzione delle quali è imposta per ovvie ragioni.
Ma l’affermazione è di per sé falsa avendone le prove a portata di mano e pronte ad ogni momento.
Si aggiunga, che anche qualora l’impegno preso dagli Anglo Americani volesse essere dagli stessi rispettato, non lo si potrebbe fare poiché il metodo seguito nel portare la distruzione agli obbiettivi bellici non permette tale rispetto.
Infatti, chi si ferma da osservare le zone colpite, ma soprattutto chi ha potuto seguire il corso degli apparecchi incursori, può precisare che codesti alati distruttori partono in masse notevoli, si pongono in linea frontale abbracciante un qualche centinaio di metri d’estensione, indi procedono in linea retta cercando che siano inclusi entro l’ampia zona da colpire gli obbiettivi industriali e ferroviari.
Non è quindi quella data fabbrica o quel dato scalo ferroviario che viene colpito, pure ammettendo gli inevitabili errori di mira, ma è tutto ciò che sta entro l’enorme rettangolo dell’abitato, circoscritto entro i suddetti limiti, che viene ciecamente bombardato.
È logico credere che colpendo il tutto si verrà a distruggere quel poco che si ha di mira per menare il colpo distruggitore.
Ironia della sorte vuole, in molti casi, – ed uno di questi lo osserveremo anche in Modena – che l’obbiettivo base rimanga salvo ed illeso, mentre quegli che gli stanno vicino e sono innocenti case di civile abitazione, se ne vadano distrutte col sacrificio in più di poveri cittadini inermi ed inoffensivi.
Necessità, si va dicendo, ma non sono tali per chi ama la verità, vi sono mezzi più propri, più umani, se si vuole veramente colpire quel dato elemento che reca danno alla condotta favorevole della guerra, ma siccome gli stessi adoperandoli possono offrire qualche svantaggio, in quanto venendo a minor quota si può correre li rischio di essere colpito da qualche controffensiva partente da terra, così si bombarda dall’alto, oltre i tremila metri se occorre, e lo si fa alla cieca, a casaccio, certi di raggiungere qualche intento positivo, non preoccupandosi di tenere l’occhio aperto sulle atrocità cui si va incontro.
Sono le ore dodici e minuti venti allorché la sirena fischia l’allarme. Tempo buonissimo, il cielo terso, neppure un briciolo di foschia nell’atmosfera; momento quindi propizio alle incursioni.
Nessuno però credeva, e purtroppo da parecchi mesi si era venuta formando tale credenza, che fosse la volta segnata per noi; quindi, ben pochi si preoccupavano dell’allarme. Gli operai, gli impiegati, avevano abbandonato il lavoro riducendosi alle case per il desinare e coloro che digià stavano consumandolo tiravano diritto nella gradita impresa, fatti certi che ormai trascorsi i 15 ovvero 20 minuti dal segnale d’allarme, si poteva stare certi che l’incursione sarebbe avvenuta in terra da noi lontana. Io stesso pacificamente seduto a tavola ho continuato nelle mie funzioni manducatorie e solo verso l’una mi sono accinto ad uscire di casa per compiere un giretto nei pressi della medesima cioè oltre la Via Emilia Ovest.
Ero sicuro che mi sarebbe stato possibile, alla guisa di quanto era accaduto parecchie volte nel passato, da un luogo d’osservazione lungi dall’abitato ed in aperta campagna, compiere qualche osservazione su quel qualsiasi bombardamento che fosse per accadere in terra lontana.
Incanalatomi sulla via Formigine vecchia, che ho trovato quasi zeppa di uomini addetti alle maestranze delle officine prossime a quella via, ne ho seguito il lungo corso sino a toccare l’incrocio della Formigine predetta colla via di Cognento.
Qui ho fatto sosta ed ho atteso: era con me un mio inquilino. Poco dopo udiamo un fragoroso rombare di motori alla nostra sinistra, si tenga presente che noi tenevamo la persona e gli sguardi sull’abitato di Modena.
I velivoli in un battere d’occhio sono sul nostro capo venendo a fiotti, e succedentesi con notevole frequenza. Il loro cammino era segnato da fumose bianche scie tracciate parallelamente dai loro motori. È appunto da codeste scie che noi apprendiamo che lassù nel cielo altissimo e sul nostro capo si doveva combattere una accanita battaglia tra velivoli e velivoli, poiché non cadevano bombe di sorta, ma nel contempo si poteva notare chiaramente che apparecchi bimotori, perciò del tipo caccia, inseguivano i bombardieri3. Si potevano osservare, sempre ad opera delle scie fumose che uscivano dai motori, le piroette acrobatiche, i voli in picchiata, i ritorni solleciti, insomma l’armeggiare di ali e sopra e sotto che il cacciatore compie nei riguardi della preda da lui adocchiata.
La direzione tenuta da codesti sembrava il dovesse condurre alla montagna; infatti venivano su Modena provenienti dalla parte di Reggio tenendo una linea tangente alla fascia delle colline.
Le prime formazioni manifestamente mostravano di adagiarsi su Sassuolo4, le successive stavano entro una zona tra la Emilia Ovest e la predetta fascia collinare5 ed erano le formazioni che si buttavano sul cielo di Cognento, quelle da noi osservate mentre la terza venuta velocissima da Rubiera si librava sulla città di Modena procedendo velocissima verso levante.
Ma non continuò il suo cammino. Tornò indietro e modificando la sua quota, cioè scendendo alquanto, iniziò a sgranare il suo micidiale rosario di bombe6.
Dal luogo in cui mi trovavo non mi era dato di potere intuire quale fosse la zona colpita per prima, né quale potesse essere la vastità dell’opera distruttrice, poiché a dir il vero il rombo, ma più che altro lo scotimento che segue lo scoppiare delle bombe, era stato relativamente lieve e non sensibile quale lo si poteva seguire da un bombardamento tanto vicino.
Codeste riflessioni erano appena nate nella mente che un nuovo schianto si fa udire, maggiore del primo. Esco dal luogo ni cui mi trovavo, ché l’animo più non mi bastava al solo pensare che quel cadere di bombe poteva avere segnato in quel momento la morte dei miei, al fine della mia casetta posta accanto ad un primissimo obbiettivo da colpire: la fabbrica grandi motori FIAT.
Appena sulla via Formigina, scorgo dense fumate nere che salgono dall’abitato di Modena e le vedo di preferenza sul limite ovest della città, proprio sulla zona ove abito. Preso da subitaneo impulso mi metto sulla via del ritorno e come posso e come me lo consentono le gambe cerco di raggiungere la mia casa. In quello stesso istante aveva compiuta la sua missione anche la terza formazione cui era stato, si comprese dopo, affidato il compito di bombardare alcune zone del forese a levante della città.
Giunto nei pressi del campo di aviazione osservo le prime tracce delle esplosioni in una infinità di terriccio e di rottami che ingombravano la via e, dolorosa visione, scorgo la prima vittima in un operaio che lo schianto della bomba aveva ucciso di colpo. Stava steso ai margini della strada. Poco lungi nella campagna la voragine aperta da una bomba, altre numerose sul campo aviatorio, e sul finire della strada una nuova enorme buca la tagliava in due. Sulla via Emilia, a partire dalla località Dazio, si nota un groviglio di rottami di terra proiettata, di cumuli occupanti la via, di buche che l’hanno sconvolta.
All’intorno fumo e lamenti, urla di gente che fugge poiché costà sia sui campi che lungo le fosse stavano rifugiati persone in buon numero.
I feriti che possono reggersi ni piedi fuggono impauriti, terrorizzati, gli illesi cercano un luogo in cui sostare per rimettersi l’animo dopo tanto spavento, dopo tanto strazio. Io continuo nella mia corsa e finalmente raggiungo l’incrocio della via Ruffini colla via Emilia. Un gruppo di bombe era caduto costà: case crollate, alberi schiantati, muri occupanti la via e sotto codesti due corpi di donne forse agonizzanti forse morte.
Ho uno sguardo per le poverette una delle quali a me nota, e non potendo dedicarmi al loro salvataggio torno sui miei passi per chiamare alcuni soldati che stavano sulla via Emilia, indicando quale pietoso compito il aspettasse: vennero e si posero all’opera.
Io continuo, col cuore in pena, vedo nuove case crollate sulla mia destra, e finalmente sulla via un crocchio di donne, di bimbi, di uomini, chi reggendo feriti, chi a voce alta comunicava agli altri le sue impressioni, le sue ansie.
Scorgo fra queste donne mia moglie, i miei casigliani tutti incolumi: respiro. La casetta è rimasta intatta nella solida costruzione murata, ma è stata spennacchiata dalla violenza di numerose bombe cadutele qua e là d’attorno. Vetri in frantumi, usci spezzati, finestre scardinate, ma tutto ciò non conta di fronte a quello che poteva accadere.
I miei mi sono d’attorno e mi narrano i terribili istanti trascorsi tutti uniti entro quel piccolo rifugio che nel cuore della casa avevo predisposto. Cosa indescrivibile, essi mi dicono! la casa ballava, come se avesse la tarantola, ad ogni scoppio di bomba, e fra lo schianto delle esplosioni ed il rumore delle cose infrante si fa innanzi e tutto invade il piccolo luogo un denso fumo nero, puzzolente. Ma è stato un attimo anche per codesto fumo il venire e l’andare: fortunatamente nessuno ha provato disturbo.
Rassicurato sulla sorte dei miei e messo l’animo in relativa pace, riprendo il mio doloroso itinerario per darmi conto dell’immane disastro. Da via Ruffini fatta centro di numerose bombe, perché attorno le stanno l’Officina Fiat Motori e la Maserati Candele – entrambe rimaste illese – passo sulla via Cesare Costa e qui bombe sulla casa della Fio, sulla casa Zanasi, sul Pastificio Braglia, e, in sull’angolo della via Carlo Zucchi, buona parte delle Case Popolari – ultimo gruppo – crollate e pericolanti.
Il Mattatoio è stato crivellato di bombe, la Caserma della Cittadella è in parte crollata nel lato di mezzogiorno. Di fronte al Mattatoio hanno subito gravi danni i depositi della AGIP e della […] nonché alcune case adiacenti.
Ed eccoci al passaggio a livello delle Case Nuove. Qui un paio di bombe hanno colpito il binario, mentre le spese le hanno fatte numerose case ultra popolari dette appunto Case Nuove. Formavano un gruppo caratteristico del forese e potevano contarsi per una buona dozzena: orbene neppure una salva, centrata in pieno da una raffica di bombe.
In codesta zona le fabbriche sono fitte quindi il bersaglio è stato colpito, ecco l’elenco: fabbrica macchine agricole Giusti, centrata in pieno; Stabilimento delle vinacce, lo stesso; OCI FIAT, per buona parte malmenato ed in alcune distrutto; Fabbriche Concimi Chimici rese un crivello, tenuto conto della loro tipica costruzione; case della Località Sacca colpite e distrutte in più punti.
Proseguendo parallelamente ai binari della Ferrovia, si vedono danni rilevanti alla Officina Gaz.
La Stazione delle Ferrovie, come edificio è rimasto quasi incolume, mentre le case adiacenti, alcune delle quali di notevole mole, distrutte in buona parte. La Conceria Pellami rasa al suolo, le case adiacenti al cavalcavia, in buona parte distrutte, e lungo al Nonantolana, altre devastazioni specie verso la località Crocetta.
Degli Stabilimenti sorgenti su questa zona abbiamo la Acciaieria Orsi, colpita per intero; l’Oleificio Benassati raso al suolo; i magazzini legnami devastati e case di abitazione colpite.
Sulla via Menotti, nel tratto che è per congiungersi colla via Emilia, la furia devastatrice ha infierito su una buona dozzena di case, facendo cadere alcune bombe nei pressi dei due fabbricati Amorotti sede del Comando Tedesco di Modena.
Sulla via del mercato all’ingrosso, sul viale Giuseppe Ricci, su quello Margherita, altre case colpite quali la Scuola De Amicis, la nuova cavallerizza, l’orto Botanico, la Caserma Montecuccoli, e quattro case di abitazione civile in via S. Martino e in via Palestro. Queste, per la verità, hanno subito il danno per la loro vicinanza col Palazzo Littorio. Visibilmente era codesto che si voleva colpire, ma non sempre è dato ai volatori di colpire nel segno.
La città è costernata, piange con lagrime accorate la morte di tanti suoi figli, perché i morti sono indubbiamente parecchi, ed ha un doloroso pensiero per le sue molte case, per suoi palazzi, per le sue officine devastate barbaramente.
Sono gravi ferite che la toccano da presso, e sono tali che attirano su chi le ha inferte il disprezzo, l’odio, la maledizione.
L’opera di soccorso è stata immediata, ma con tutta la buona volontà che si pone in essa, è stata impari al bisogno.
La Croce Rossa, l’UNPA, i molti volontari si sono prodigati in tutti i modi moltiplicando i loro sforzi pur di salvare un qualche disgraziato sepolto sotto le macerie, pur di far presto a recare un sollievo a qualche ferito.
Vetture di ogni specie e barelle a mano si vedono di frequente fare sosta alle porte degli ospedali, mentre altri carri con un martoriato peso, ormai fatto cosa morta, bussano alla porta dell’obitorio improvvisato: la Chiesa di S. Agostino.
Le vittime sono poste a terra allineate su due file, in attesa che mano pietosa venga a comporle ed a riconoscerle.
Costà avvengono le prime scene dolorose ché parenti sono diggià alla porta per chiedere di entrare avendo il loro morto da curare e da vegliare. È giocoforza avere il cuor duro e tenerli lontani: alla veglia v’è chi provvede ed è il cuore di tutti i cittadini.
Altro pellegrinaggio è quello che porta sui luoghi dei disastri. Commenti, imprecazioni, salgono alle labbra e si formulano a viva voce, ché l’anima di ognuno di noi è esulcerata e non può tenere avvinti sentimenti che hanno bisogno di farsi manifesti. E gli illusi che credevano alla intangibilità di Modena, possono ora ricredersi e modificare pensieri ed opinioni.
Nessuno al mondo può giurare sulle intenzioni e sulla condotta degli altri; non si poteva quindi, logicamente, aspettarsi che gli Anglo Americani volessero risparmiarci forse perché v’e fra noi chi li stima ed apprezza, ma se del caso, costoro, possono mutare parere. Siano gli Inglesi, siano gli Americani, se ne infischiano di noi e dei nostri begli occhi, quando torna loro il conto, picchiano, devastano anche nella casa del padre loro, come dunque volevate credere che noi fossimo fra i tanti i soli immuni dal flagello devastatore? Preghiamo Iddio che l’opera nefanda non sia per ripetersi alla prima occasione, allorquando cioè occorre mettere nel piatto della bilancia politica e guerresca, una minaccia in più ed un nuovo atto terroristico, inutile quanto insulso.
- Adamo Pedrazzi (1880-1961), storico, artista, scrittore, bibliotecario e reggente dell’Archivio storico comunale di Modena. (https://rivoluzioni.modena900.it/biografie/adamo-pedrazzi/) ↩︎
- Cortesia Istituto Storico di Modena. (http://www.istitutostorico.com/) ↩︎
- Bimotori, quindi dei P-38; questo tipo di aerei, appartenenti al 1st FG, 14th FG, erano di scorta ai “B-24” del 376th BG e del 450th BG che non operarono su Modena. Non abbiamo comunque evidenza del percorso di ritorno alla base delle formazioni di questi aerei. ↩︎
- Aerei del 2nd BG (1°, 2° e 6° flight). ↩︎
- Aerei del 2nd BG (3°, 4° e 5° flight). ↩︎
- Aerei del 99th BG. ↩︎
