Questo articolo è tratto dal libro:
Franco Ragni, SANTA MARIA DELLA VITTORIA – Storia di un tempio e cella sua comunità, Officine grafiche Sta.g.ed., 2000, pp. 67-68.

Bombe su Brescia
Il 14 febbraio, giorno di San Valentino (ma allora lo si ignorava: non era stato ancora “inventato” commercialmente, ma gli innamorati c’erano ugualmente) e vigilia di San Faustino, i bombardieri americani parteciparono a modo loro alla festa (se ci si perdona la tragica ironia): per la Prima volta ebbero Brescia come bersaglio e arrivarono, ospiti non graditi, nel primo pomeriggio.1 L’allarme suonò alle 13, alle 14,30 scoppiarono le prime bombe e la zona più colpita fu la nostra, probabilmente a causa di errori nel puntamento che doveva aver preso di mira la stazione ferroviaria. Alla fine le traversine delle FF.SS. non dovettero far altro che scuotersi di dosso la polvere, mentre Via Cremona fu martoriata insieme alle adiacenze.
Una bomba cadde giusto all’incrocio Cremona/Sostegno/Savoldo, un’altra esplose accanto all’allora n. civico 55 di Via Cremona “Casa Mazza”2 rendendo la casa inabitabile, ma soprattutto altre bombe (forse dello stesso “grappolo” di quelle di Casa Mazza) centrarono il bivio della “Forca di cane” dove, in prossimità delle osterie del Bersagliere e del Villino Svizzero (bivio con Via Bianchi), uccisero i due fratelli Guido ed Enrico Giuberti che tentavano di raggiungere la campagna tirandosi al seguito cinque cavalli, mentre nei pressi Giuseppina Cappelli Gennari, di 54 anni, ebbe una gamba mozzata da una scheggia.
In Via S. Zeno restò mortalmente ferito Giacomo Boglioni, poco più che trentenne. Una fitta pioggia di bombe setacciò inoltre la campagna a sud della ferrovia, tra il Quartiere Littorio, la Volta e Via Ziziola.
La chiesa non ebbe danni, tranne vetri rotti, come d’altronde gran parte delle case della zona. Quest’ultima divenne meta di “pellegrinaggio” da ogni parte della città e dalle località vicine, e l’impatto psicologico degli effetti dell’incursione (pur se non disastrosi rispetto a quanto già successo in altre città) fu enorme, causando un gran numero di sfollamenti dalla città.
Per chi restava, e soprattutto per chi aveva patito vittime o danni, agirono – in aggiunta alle iniziative pubbliche di soccorso – anche le organizzazioni filantropiche parrocchiali, col supporto delle famiglie più facoltose della zona.
Anche a causa degli sfollamenti le attività parrocchiali languivano un pò, ora, e intanto Padre Barlera doveva dividere la sua attività tra l’Istituto (che ora ospitava anche una settantina di profughi dalla Libia)3 e S. Maria. Record negativo per le Prime Comunioni di quel 1944: 8 bambine e 3 bambini!
Per completezza e precisione: Giuberti Guido fu ferito e morì dopo il ricovero in ospedale; lo stesso dicasi per Vavassori Giuseppe ferito in Via Cremona e poi deceduto all’ospedale.
Vedi: Brescia: le vittime civili
Le fotografie provengono dall’Archivio di Stato di Brescia (ASBs)





- Contrariamente a quanto comunemente si pensa, non fu questo il primo bombardamento aereo di Brescia. Infatti, già durante la precedente Grande guerra, aerei austriaci compirono tre incursioni su Brescia: una prima volta il 25 agosto 1915, poi il 15 novembre dello stesso anno e infine il 29 giugno 1916. Le vittime furono in tutto una quindicina. ↩︎
- Così era annotato sul Liber Chronicus della Parrocchia. Di “Case Mazza’ ce n’erano due: una casa d’abitazione con più appartamenti in Via Forcello, ancora esistente; l’altra, sulla Via Cremona, era una cascina nell’area oggi occupata dal condominio all’angolo nord-est dell’attuale incrocio Via Cremona/Via Rep. Argentina. L’annotazione si riferiva evidentemente a questa. ↩︎
- Presso l’Istituto erano ospitati decine di ragazzi profughi dalla Libia, e che in zona divennero noti come “i libici”. La loro storia per sommi capi era questa: si trattava di parte di un gruppo molto numeroso di ragazzi, figli di coloni italiani residenti sulla “quarta sponda”. Nell’imminenza della guerra – e nella presunzione che questa sarebbe durata pochissimi mesi, se non settimane – uno stuolo di questi ragazzi fu portato, per il periodo delle vacanze scolastiche del ’40, nelle Colonie marine della Sicilia. L’Africa settentrionale divenne però, e per anni, uno dei teatri principali della guerra, impedendo il rientro dei ragazzi. Quando fu minacciata la Sicilia, questi (che intanto crescevano) furono avviati sempre più a nord. A Brescia furono ospitati brevemente dalla “Casa del Balilla”; senonché, alla caduta del fascismo, il rozzo spirito di rivalsa di qualcuno mise nello stesso sacco regime, guerra e “libici” e questi ultimi vennero “sfrattati” senza tanti complimenti, anche se nel frattempo il regime si era ristabilito con l’avvento della RSI. Settantadue furono ospitati dall’Istituto Piamarta e circa altrettanti dall’Istituto Artigianelli. ↩︎
